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Il trionfo di Giorgia Meloni, a un passo dal governo

Giorgia Meloni è a un passo dal trionfo. All’Hotel Parco dei Principi, dove Fratelli d’Italia ha organizzato la serata elettorale, c’è grande ottimismo, tuttavia regna la cautela e la prudenza.
    Neanche gli exit poll, che danno FdI chiaramente primo partito, hanno fatto scoppiare la gioia per un risultato che potrebbe essere storico. Si sente appena un breve applauso, da parte dei pochi dirigenti presenti, chiusi in una saletta. Solo Fabio Rampelli, appena arrivato, si concede ai cronisti.
    Sorridente e un poco emozionato ammette: “posso dire che con questi numeri possiamo governare”.
    Una vittoria, sempre se i voti veri confermeranno gli exit poll e le prime proiezioni, che Meloni definì un “riscatto”, non solo per le donne ma per la comunità della destra italiana: “Per decenni – ha detto prima del voto – c’è stata gente perbene che ha dovuto abbassare la testa, trattata come figli di un Dio minore”.
    Forte di una maggioranza che potrebbe essere molto ampia, Meloni, classe 1977, si appresta a diventare la prima donna premier della storia della Repubblica. In precedenza solo Nilde Iotti ci andò vicina, quando, nel lontano 1987, ricevette un mandato esplorativo però senza successo.
    E potrebbe diventare, appunto, anche il primo Presidente del consiglio erede diretto della destra neofascista del Movimento Sociale Italiano portando la Fiamma a Palazzo Chigi. Inoltre, se il dato di FdI verrà confermato oltre il 20%, sbaraglierebbe il record di An, che nel 1996, raggiunse il 15,7%, il suo massimo storico. Le resterebbe da risolvere il rebus del governo, tenuto conto che non potrà che assecondare le sensibilità del Colle su alcune caselle cruciali, in sintonia con la Nato e l’Europa, come Esteri, Difesa ed Economia. Allo stesso tempo dovrà valutare anche le richieste dei suoi alleati. Romana, con una figlia, da due anni Presidente dei Conservatori europei, politica a tutto tondo, è considerata molto vicina alle posizioni di Trump. La sua affermazione sarebbe un ‘unicum’ assoluto nella storia politica dei paesi fondatori dell’Ue e per molte cancellerie rappresenta uno shock.
    I suoi detrattori la definiscono “inadeguata a governare”. La stampa di mezzo mondo legge il voto di oggi come il ritorno del “fascismo in Italia”, cent’anni dopo la Marcia su Roma. La sua proposta di “blocco navale” contro i migranti, la sua avversione all’adozione per i gay, il suo mantra “Dio, patria famiglia”, le hanno causato fortissime critiche. Lei però replica chiamandosi “patriota”, impegnata a “tutelare finalmente l’interesse nazionale”, contro “la globalizzazione senza controllo”, che distrugge “le comunità, i popoli, e i suoi valori identitari”.
    Poi c’è il nodo dei suoi rapporti molto stretti con i Paesi del gruppo di Visegrad, e in particolare con l’Ungheria di Orban, il cui governo è stato definito dal Parlamento europeo “una non democrazia”. Lei si è sempre difesa ricordando che “non esiste una Europa di Serie A e una di Serie B”. E’ però consapevole che il nostro Paese, con il suo enorme debito pubblico, se non vuole rischiare di finire vittima della speculazione finanziaria non potrà trovare vie d’uscita fuori dal contesto europeo. In una intervista a Reuters, ha chiarito che intende rispettare i parametri di bilancio di Bruxelles e che non ci saranno “follie” sui conti. Detto questo, tenuto conto delle promesse elettorali della sua coalizione, pensiamo alla costosissima flat tax, Meloni sa benissimo che una volta premier ogni sua mossa sarà messa sotto la lente dei mercati. 
   

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