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Referendum, in arrivo la decisione, la politica si divide

La politica si divide sugli otto referendum che la Corte costituzionale valuterà oggi o al massimo entro la settimana.

Sotto la lente di ingrandimento della Consulta, quesiti su temi complessi, delicati o ‘storici’ come la giustizia (dalla responsabilità civile dei magistrati alla separazione delle carriere fino all’abolizione della legge Severino), l’eutanasia attiva e la legalizzazione della cannabis. Se ammessi, si potrebbe votare entro l’estate, forse a ridosso con la riforma della giustizia voluta dalla ministra Marta Cartabia e dal governo e su cui sta lavorando il Parlamento. Inevitabile quindi il rischio di sovrapposizioni e confusione, oltre a divisioni trasversali e aspettative politiche.

A giocarsi molto è soprattutto la Lega che insieme ai Radicali, a luglio ha promosso i sei quesiti sulla giustizia e da mesi in cerca di visibilità e ‘smalto’ in chiave elettorale. Complici probabilmente le parole di ‘incoraggiamento’ del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato a favore di un approccio per “consentire, il più possibile, il voto popolare”, Matteo Salvini si mostra ottimista: “In primavera ci saranno i referendum sulla giustizia – azzarda il segretario a Rtl – Dopo 30 anni mettono in mano agli italiani il cambiamento che il Parlamento non è riuscito o non vuole fare”. Ma alza la posta e sfida gli alleati: “Spero che il centrodestra sia tutto compatto”.

Parole che rivelano la paura di sgambetti e distinguo – specie da Fratelli d’Italia – che allargherebbero le crepe già profonde dentro la coalizione dopo lo scossone del Quirinale. In effetti il partito di Giorgia Meloni non ha mai nascosto i dubbi sui limiti agli abusi della custodia cautelare e sull’abolizione della legge Severino, tanto da sostenere 4 dei 6 quesiti. In più, nei giorni scorsi la leader di destra ha preso le distanze, bollando come “incomprensibile che questi temi non possano trovare rapida soluzione legislativa in Parlamento”. Di certo, Salvini può contare su Forza Italia, paladina storica delle riforme sulle toghe. Il partito di Silvio Berlusconi non solo ha sposato i quesiti ma ha contributo alla raccolta firme, organizzata nelle piazze, in spiaggia e perfino sui traghetti l’estate scorsa. Altro asse, ma inaspettato, è quello con Matteo Renzi. A luglio il fondatore di Italia viva firmò tutti i sei quesiti sottoscrivendoli “a testa alta” e convinto del valore di pressione “affinché il Parlamento faccia la propria parte”, in vista della riforma della giustizia del governo. Che nel frattempo è andata avanti – i primi capitoli, il processo penale e civile sono diventati legge – per cui restano in ballo modifiche che hanno a che fare con la riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell’ordinamento giudiziario.

Da qui l”indifferenza’ del Pd che seppur rispettoso delle imminenti decisioni dei giudici, ripete da mesi il mantra sulle ‘riforme che si fanno in Parlamento’ e che alcuni quesiti rischiano di essere superati dalle leggi, preferendo quindi un approccio legislativo. In sintonia il Movimento 5 stelle. “L’iniziativa referendaria è sempre importante perché è uno strumento partecipativo dei cittadini alla vita democratica”, sottolinea il presidente della commissione Giustizia, Mario Perantoni, ricordando che con i quesiti abrogativi “si corre il rischio di squilibri e vuoti normativi importanti. Vediamo cosa deciderà la Consulta che dovrà appunto giudicarne la ammissibilità”. In gioco c’è pure il voto su temi di coscienza delicatissimi come eutanasia e cannabis, storici cavalli di battaglia dei Radicali. Convinto del “valore decisivo dei referendum per ridare alle istituzuoni credibilità e vicinanza ai cittadini, Riccardo Magi di +Europa e tra i promotori del referendum sulla cannabis, avverte che “il voto può rappresentare un esame di maturità per tutti quei partiti che ancora non si sono espressi su temi rimossi dall’agenda politica”. 
   

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