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Scontro sul petrolio, Orban fa slittare le sanzioni Ue

La Commissione Europea ha finalmente presentato il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, ormai una sorta di Godot legislativo. E dalle reazioni, si capisce il motivo. Le misure prevedono infatti nuovi oligarchi nella black list, tra cui il Patriarca Kirill, l’espulsione da SWIFT della Sberbank (la principale banca russa), un colpo alla propaganda di regime ma, soprattutto, l’atteso embargo al petrolio. Graduale e con delle deroghe a Ungheria e Slovacchia, troppo dipendenti dal greggio di Putin per farne a meno all’improvviso. Concessioni che però non sono bastate a Budapest: “Così com’è non sosterremo la proposta”, ha tuonato il portavoce del governo di Orban, minacciando di fatto il veto. Ma, come spesso accade in Europa, il quadro è più complesso.
    Intanto una nota procedurale. La Commissione ha inoltrato ai Paesi il pacchetto sanzioni solo nella notte tra martedì e mercoledì e stamattina, alle 8.30, la presidente Ursula von der Leyen era già nell’emiciclo dell’Eurocamera di Strasburgo a illustrarne i contenuti. “Il futuro dell’Europa si scrive anche in Ucraina”, ha dichiarato nel suo discorso. Dunque basta al greggio russo “entro sei mesi” e ai prodotti raffinati “entro la fine dell’anno”. Un addio dolce per permettere “ai nostri partner di assicurare vie di approvvigionamento alternative e di ridurre al minimo l’impatto sui mercati globali”. Poi ha messo le mani avanti. “Non sarà facile: alcuni Stati membri sono fortemente dipendenti dal petrolio russo, ma dobbiamo farlo e basta”. Nessun accenno alle deroghe. Quella parte si è appresa quando i 27 hanno iniziato ad analizzare il testo, riuniti al Coreper, l’organo dei rappresentanti permanenti all’Ue.
    Il “non sarà facile” di von der Leyen, per alcuni osservatori, nasconde una specie di ‘forcing’ della Commissione, stanca delle trattative infinite. Che siano i Paesi, era il ragionamento, ad assumersi le loro responsabilità – con il relativo putiferio per chi minaccia il veto. Cosa poi puntualmente avvenuta. “Gli Stati Ue che continueranno ad opporsi all’embargo sul petrolio saranno complici dei crimini commessi dalla Russia in territorio ucraino”, ha attaccato il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba in un videomessaggio.
    Dall’altra parte, però, ci sono pure le procedure europee da rispettare, per quanto astruse, con i Paesi gelosi delle loro prerogative, restii a fare da passacarte della Commissione. Ecco dunque la necessità di avere qualche giorno di tempo per analizzare il documento, valutarlo, declinarlo nelle varie specificità. Nessuna fumata nera, quindi, ma semplice “logica delle cose”. “Non vedo impedimenti insormontabili, entro la fine della settimana il pacchetto sarà approvato”, confida una fonte Ue.
    Certo, ora tocca alla politica e la politica è l’arte delle possibilità. Budapest fa la voce grossa, pubblicamente, ma nelle ovattate stanze del Coreper pare che i toni fossero differenti.
    L’obiettivo di Ungheria e Slovacchia potrebbe essere quello di ottenere delle “compensazioni” ulteriori oltre alla deroga “fino al 2023” che consentirà l’estinzione naturale dei contratti (ma resta il divieto di stipularne di nuovi). E anche altri a questo punto (si fa il nome di Repubblica Ceca e Bulgaria) chiedono trattamenti ad hoc. La Grecia poi, forte della sua potente flotta, contesta la penalizzazione delle sue petroliere, dato che la Russia userebbe altre navi, con poco effetto sull’embargo ma molto sul business greco. “Siamo nella fase mercato delle vacche”, azzarda un’altra fonte. Nulla però che (ad oggi) possa davvero affondare l’operazione.
    La conferma verrebbe anche dalla sponda inglese. Il Regno Unito ha annunciato che la Russia e le sue aziende vengono immediatamente bandite dalla rete di servizi finanziari, di consulenza e di pubbliche relazioni della City britannica.
    Difficile pensare che Londra e Bruxelles non si siano coordinate, ottenendo così il massimo impatto mediatico. Perché minacciare il veto è un conto, usarlo davvero un altro.
   

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